Introduzione Come al solito intervengo in merito ad una mostra organizzata dagli amici Luca Faccenda e Marco Parri, una delle loro mostre dedicate a culture "etniche" contemporanee. Anche questa volta il mio intervento non è da esperto, almeno non da esperto in campo etnico. Sono solo una spettatrice interessata, "esperta" (si fa per dire) di arte contemporanea occidentale. Questa volta si tratta di una breve introduzione alla mostra personale, a Firenze, di George Lilanga, africano di origine Makonde, il più noto e il più quotato, oggi, in Occidente, tra gli artisti contemporanei africani. Leggo che ha tratto il suo mondo figurale dalla sua tradizione, avviato alla scultura da Mzee Sunalli, noto scultore makonde. Passava poi al disegno e alla pittura: dai monocromi su carta alle rare - e forse tra le sue più interessanti opere su pelle di capra - fino ai suoi grandi lavori su lastra di ferro, incisa e tagliata con la fiamma ossidrica, dipinta con smalti ad olio, destinati a supporto decorativo per l' architettura, ai più recenti dipinti, ormai quotati a livello internazionale, tutti svolti secondo gli stessi temi "animistici" (i suoi diavoletti-elfi, gli spiritelli della sua fantasia, nutrita della storia artistica del suo paese che egli intende trasporre in un linguaggio attuale). Lilanga è stato definito anche "il Picasso d' Africa", forse per il nome e la fama che ha acquisito in Occidente. Si sono fatti riferimenti ai grafitisti neworkesi, ai fumetti, infine a Dubuffet e alla sua "arte selvaggia" (l' "art brut"). Con molta più coerenza, secondo il mio parere. Con la differenza che l' "art brut" di Dubuffet, uno dei padri dell'Informale europeo, che per anni raccoglieva disegni infantili, dipinti di alienati, espressioni grafiche primitive o barbariche, rappresenta l'interpretazione personale e creativa di una sua continua "ribellione estetica", che trovava linfa nelle espressioni di un'arte selvaggia, ancora libera e non "morta...e senza più radici" (come egli scriveva), come quella occidentale. La situazione, nel caso di Lilanga, si capovolge completamente: la sua "art brut" è l'espressione vivente di quella "cultura selvaggia", ancora non distrutta che l'Africa riesce fino ad oggi ad esprimere, anche in termini contemporanei, finché l'avidità da avvoltoi occidentale non sarà riuscita a ridurre ad un surrogato modaiolo e omologato il suo portato, quello che oggi molti nuovi artisti africani cercano, in termini rinnovati (e non so per quanto ancora ci riusciranno), di scongiurare. Mi giunge notizia che il 27 giugno, mentre si sta organizzando questa mostra, Lilanga è morto, trasformando questa manifestazione, purtroppo, in un omaggio alla memoria. Lara-Vinca Masini