George Lilanga - Anni '80 Alla fine degli anni '70, più precisamente nel 1978, una tappa fondamentale della sua carriera sarà la Mostra Collettiva a Washington D.C. , dove esporrà circa cento opere sulle duecentottanta africane presentate. Nella recensione sul Washington Post il redattore della rubrica d'arte, comparò le opere di George a quelle del famoso Jean Dubuffet, artista dell'Art Brut, mentre altri critici specularono sulle influenze che i giovani artisti americani della Pop Art avrebbero ricevuto dalle sue opere in particolare e da questa mostra africana in generale (specialmente, e per sua diretta ammissione il celebre Keith Haring). A partire da questo momento Lilanga verrà invitato ad un numero impressionante e pressoché ininterrotto di esposizioni tanto da essere considerato attualmente da tutti gli esperti di Arte Africana Contemporanea come uno dei suoi maggiori rappresentanti. Quando Lilanga decise di preferire la pittura alla scultura realizzò moltissimi disegni delle sue forme plastiche, dissezionò quindi, come una TAC ad uno ad uno i profili ottenuti, riuscendo ad ottenere figure bidimensionali che anche oggi rappresentano i perimetri dei suoi dinoccolati Shetani pittorici. L'immaginario mondo di Lilanga risulta popolato da una moltitudine di personaggi che sembrano usciti dai cartoni animati, ma che in realtà non sono poi tanto diversi dagli uomini. Nonostante abbiano solo tre dita nel piede e solitamente due dita nelle mani, con labbra allungate che ricordano quelle delle donne Makonde Ndonya più tradizionali (che sono solite mettersi un piccolo anello di legno nel labbro superiore) e con delle grandi orecchie, per il resto il loro corpo può tranquillamente considerarsi quello di un essere umano e i parei sono proprio gli stessi indossati dagli uomini (detti "msuli") o dalle donne (detti "kanga") nell'etnia Swahili. Questi spiritelli-ossessioni, irriverenti ed espliciti, di tutti i tipi e forme, popolano il labirinto della nostra mente e del nostro spirito. Le nostre preoccupazioni così come le nostre certezze non sono né migliori né peggiori di noi stessi; esse sono identiche a noi e si alimentano allo stesso nostro modo: facendosi nutrire da noi. Nella loro esistenza, dunque, fanno riferimento ai medesimi problemi con cui siamo soliti confrontarci quotidianamente e mostrano come le creazioni di questo maestro possiedano un senso artistico e ironico imbattibili, assieme ad un assoluto ed irripetibile senso di dinamismo proprio della nostra contemporaneità.