Quello che noi, oggi, chiamiamo Afghanistan è lo spazio - di cui è difficile tracciare i confini - dove si è incrociata la storia del mondo ben prima che essa coincidesse (artificialmente) con quella dell'Occidente. Anzi, è il luogo, dentro il mito e fuori dal tempo, dove tutto è iniziato. L'idea stessa di un unico Essere che presiede alla vicenda dell'universo ha origine da queste parti, quando Zaharatustra concepì - sette secoli prima di Gesù di Nazareth - l'eresia del monoteismo. L'Afghanistan è il crocevia fra l'Altopiano iranico, il subcontinente indiano e l'Asia Centrale. Il suo genio sta proprio qui, nell'essere marca di frontiera, terra d'incontro (e scontro) di popoli, miti, culture diverse; nel lasciarsi attraversare e nell'assistere - senza la pretesa di erigere muri separatori - allo stratificarsi, lento e secolare, di civiltà con le loro fedi religiose, le loro culture, i loro usi e costumi. Nomadi pastori, profeti visionari, commercianti esploratori, ingegnosi agricoltori hanno abitato e attraversato questa terra per secoli, depositando - con il ritmo implacabile della goccia calcarea che produce imponenti stalagmiti - progetti millenaristi e tradizionali stili di vita. Dalla Via dei Lapislazzuli (tra il terzo e il secondo millennio prima di Cristo) a quella della Seta (nel primo secolo d.C.), l'Afghanistan è stata la piattaforma su cui si è plasmata la storia dell'umanità. Qui Alessandro Magno introdusse modelli politici e culturali greci, ma fu contaminato da quelli indigeni assumendone la moda, i cerimoniali della corte battriana e sposandone una delle figlie, Rossana. Qui si rifondò il Buddhismo, diffondendolo fino al Giappone, che, incrociandosi con la grande arte del Gandahara (I-IV sec. d.C.), produsse le immagini antropomorfiche del Buddha culminante nei colossi di Bamyan. Era afgano Avicenna che condizionò la cultura islamica non meno di quella europea, ma anche il matematico "Algoritmus", l'astronomo Albumasar su cui si formò Ristoro d'Arezzo e il grande poeta mistico islamico Jalaluddin Rumi. L'Accademia di Belle Arti (1370-1506) e l'architettura di Herat, l'arte calligrafica e quella della maiolica, la tecnologia delle condutture idriche sotterranee (korez), così come il profumo dei meloni afgani (ricordato da Marco Polo in "Il Milione"), sono frutti di questa terra. Naturalmente, lo sono anche la tecnica, i materiali, i colori dei tappeti presenti in questa mostra: segno insieme di unità e diversità giacché con tappeti di simile fattura si ornava la cultura della tenda nera (che da questi altipiani si estese fino all'Atlantico), ma anche quella della yurta (tipica dell'Asia Centrale). Questa armonia di culture che si espande in un tempo che non ammette confini e periodizzazioni storiografiche (almeno non quelle cui siamo adusi) è stata più volte violentata: anche questa è una costante della storia afgana (furono le armate di Gengis Khan nel 1221 a distruggere i korez e molte città). Ma i violentatori del passato accettavano di mescolarsi ai violentati, determinando nuovi equilibri. Invece le violenze più recenti, quelle che l'Afghanistan subisce nei decenni a cavallo fra il secondo e il terzo Millennio dell'era cristiana, si svolgono nel segno del nichilismo distruttivo frutto dell'assolutismo e dell'oscurantismo culturale. Così, la parodia nera della grande cultura islamica ha ordinato la distruzione dei grandi Buddha di Bamyan; una retorica militaresca della modernità occidentale sta imponendo un ordine che irride o ignora la tradizione della democrazia pashtun fondata sulla Gergà (assemblea). E l'ortodossia socialista involutasi in una crisalide vuota di utopie ma carica di armi e morte esportata con l'invasione sovietica del 1979, ha prodotto - oltre a milioni di lutti - cambiamenti drammatici e repentini anche nelle produzioni tessili tradizionali, qui esposte in "Tappeti di fede, tappeti di guerra" . La violenza e la guerra permettono a noi contemporanei di assistere a processi di trasformazione culturali, altrimenti impercepibili nell'arco di tempo stretto di una generazione. Ma nello stesso tempo osserviamo la persistenza di culture tradizionali, sedimentate in secoli di storia. Questi tappeti sono la testimonianza vivente del drammatico passaggio della storia, che è sempre doppio: passaggio epocale di paradigma e resistenza disperata eppure granitica del paradigma precedente. Nel mezzo gli uomini e le donne che soffrono e cadono in questa età di passaggio, che nella cinica agenda della Storia sono solo nude cifre, ma nel caldo flusso della storia sono la materia unica e irripetibile della vita e delle culture. Su questi tappeti è scritta la storia dell'Afghanistan, atavica eppure tragicamente moderna, vasta, minima e complessa. Come gli antichi codici miniati della tradizione europea, essi testimoniano nei nodi e nei colori una storia e un tempo che si dilatano; ma le immagini di guerra rappresentano l'aggressione di una malintesa modernità che brucia il tempo e resetta l'orologio della storia. Simone Siliani