Guardo, occhio profano, questa raccolta di tappeti di guerra afgani con un sentimento misto di ammirazione e di ripugnanza. Mirabile è la loro bellezza, erede di una bellezza antica e prima del decennio 1979-89 illesa dagli aggiornamenti di una cronaca tragica. Respingente è la panoplia militaresca che ha sostituito stelle e ottagoni e figure di quegli antichi altri mondi da arrotolare e svolgere. Respingente è già il nome: "tappeti di guerra", nuovo conio, impresa d'uomo che unisce ciò che un buon Dio deve voler separato. C'erano bensì tappeti di caccia, e la caccia è la premessa della guerra -piuttosto, la guerra è la caccia all'uomo. Il più raffinato dei tappeti da caccia viene dalla Kashan safavide, e conta un milione e mezzo di nodi per metro quadrato. Vi figurano più di cinquanta cacciatori e centocinquantasette animali cacciati. Risale alla metà del '500, è custodito in un museo viennese. Del resto il tappeto è un paradiso artificiale portatile. Paradiso, era la parola persiana antica che significava il recinto di caccia, con tutte le creature viventi. Deposte le armi, era l'eden. Il tappeto servì anche a celebrare la gloria dei vincitori e l'umiliazione dei vinti. La tribù turcomanna vincitrice obbligava la vinta a tessere nei tappeti il motivo araldico del vincitore, rinunciando al proprio. E tuttavia una contaminazione così diretta e brutale non era avvenuta. Di qua il tappeto per la preghiera e per la conversazione e il pasto e il gioco, di là le armi per la guerra: il corto circuito fra guerra e tappeto è dei segni che maledicono il nostro tempo. Inventai una mia storia universale del genere umano secondo la contrapposizione fra il nodo e il chiodo: versatile a stringere e facile a sciogliersi il nodo, capace solo di penetrare e spaccare il chiodo, maschile questo, femminile quello. Irriducibili l'uno all'altro, fino al furore impaziente e sacrilego della spada di Alessandro contro la perfezione del nodo di Gordio. Nei "tappeti di guerra" nodo e chiodo finiscono innaturalmente insieme, mano guerriera che impugna il kalashnikov e nodo di mani abili e pazienti e soprattutto femminili e infantili. I tappeti orientali possono contare 450 mila nodi per metro quadrato. I più fini, di seta ma anche di lana, prediligono le dita piccole di bambine e bambini. Nessuno potrà guardare questa mostra solo con l'occhio ammirato dalla bellezza, o offeso dalla battaglia. Guerra e pace, nodo e chiodo, sono qui diventati un unico groviglio, che spaventa lo spettatore e però ancora commemora la bellezza. Il Grande gioco non è mai finito in Afganistan. Non ho mai visitato quel paese favoloso. Nell'Iran sudorientale, durante la guerra fra Iran khomeinista e Iraq saddamita, conobbi gli afgani, già poveri e malvisti profughi di una guerra coloniale insensata, le cui vendette continuano a torturare la terra. L'Unione Sovietica era alla vigilia della fine quando scatenò la sua proterva invasione dell'Afganistan -e dieci anni dopo ne fu cacciata, nella data stessa della fine, e anzi finì su quelle montagne quanto nel cuore di Berlino. Fra i combattenti più temerari che l'Urss aveva arruolato per mandarli allo sbaraglio in Afganistan c'erano i ceceni, compresi i prossimi capi, da Dudaev in giù, della rivendicazione d'indipendenza della piccola repubblica caucasica. In capo a qualche anno, quei ceceni -i pochi sopravvissuti fra loro- sarebbero diventati gli alleati dei mujaheddin afgani contro gli imperialisti russi. Gli americani sostennero i resistenti afgani contro i sovietici e i loro fantocci locali, e promossero gli integralisti islamisti e i volontari stranieri, come quel Bin Laden. Ne venne fuori il più canagliesco fra gli Stati canaglia, la Virtù ottusa e sanguinaria dei talebani, le bambine escluse dalle scuole, le donne sigillate nei loro sudari e castigate, se sfuggisse loro il suono di un riso, il rumore di un passo sul selciato. I tappeti non smisero più di venire aggiornati. Dopo le figure della guerra di liberazione antirussa, venne il tempo dei ritratti dell'emiro di Al Qaeda, le meravigliose mappe della terra (che avevano ispirato Alighiero Boetti) cedettero alla rappresentazione delle Torri Gemelle abbattute, o dei raid aerei su Tora Bora: altrettante storie maledette buone a esaltare il fanatismo islamista, a eccitare gli spiriti turistici di giornalisti e funzionari internazionali a Peshawar. Tappeti come t-shirt della ferocia. Specialmente assomigliano, questi tappeti in cui fanno irruzione gli elicotteri e i carri armati e le bombe, ai disegni dei bambini nei luoghi della guerra. Anche i disegni dei bambini infatti accolgono la gamma delle macchine e degli ordigni di guerra che invade e sconvolge la vita ordinaria: gli aerei neri che sbucano dalle nuvole e la casa col tetto rosso avvolta dalla vampata di fuoco, la stradina verde che parte dal portone e lungo la quale mamme e bambini e cagnolini vengono colpiti a morte. Bombe a mano stilizzate come melograni -e infatti si chiamano graziosamente ananas, frutti della guerra. Cingolati come trenini. Missili come razzi lunari. Anche nei disegni dei bambini l'angoscia e la paura si combinano con un'esplosione di colori fiammanti e strepitosi. I più belli tra questi tappeti di guerra sono spaventati e sfolgoranti, hanno una sapienza d'infanzia. I più brutti hanno una maturità da adulti, espongono armi come chi si vanti di impugnarle, non come chi le tema in pugno a un nemico. Se Kandinsky avesse visto questi tappeti, fratelli maggiori e minori dei suoi quadri, paradisi arrotolati tramutati in campi minati, gli si sarebbe spezzato il cuore. Si capisce, nella sequenza, che a un certo punto l'innovazione è diventata maniera, il disegno è diventato quasi standardizzato e industriale, i tappeti sono diventati manifesti di combattimento o insegne di armaioli. Scendiletto per i signori della guerra e per i loro esotici tifosi. C'è una guerra che continua, in Afganistan, più o meno sottopelle, più o meno virulenta, benchè si siano tenute due riprese di elezioni, e un certo numero di donne sia entrato per legge negli istituti pubblici, e un altro numero cammini a viso aperto nelle strade di Kabul. Occorrerà molto tempo per il disarmo. Ora sappiamo che bisognerà disarmare anche i telai e le annodature e i ricami, sminare i paradisi portatili dei tappeti, tramutare le spade in aratri, gli elicotteri e i blindati in stelle del Daghestan e stelle a otto punte. Cancellare la vampata di fuoco che avvolge la casetta col tetto e restituire il fumo che esce dal comignolo, e risuscitare le mamme e i bambini e i cagnolini sulla stradina e il giardino verde davanti alla casa. Sarà di nuovo un lavoro da donne. Come nella Lisistrata di Aristofane. "Come si fa con la matassa: quando si imbroglia, la prendiamo così, ci infiliamo dentro il fuso, piano piano, ora da una parte ora dall'altra. Sbroglieremo lo stesso anche questa guerra, lasciateci fare...". Adriano Sofri